Archivio | novembre, 2008

Arriva l’inverno

25 Nov

Oggi niente cultura ma un po’ di Alltag, ovvero di vita quotidiana. Mi sono ricordata improvvisamente di cosa vuol dire l’inverno a Berlino. Ad aiutarmi la memoria un crollo improvviso della temperatura e abbondanti nevicate (sì, lo so che sta nevicando anche in Lombardia, ma lì è a tempo determinato: qui no, si va avanti fino a fine marzo).

Sono le sette e mezza del mattino e il pupo sta per andare a scuola. Fuori dalla finestra figure incappucciate, i vetri delle auto parcheggiate sono coperti di ghiaccio. Per la classe del beneamato figlio è prevista una gita a piedi al Planetario, che dista circa un chilometro dalla scuola. La temperatura attuale è di meno cinque gradi e la mia anima di mamma italiana piange calde lacrime. In questi casi mi rendo conto di vivere in una cultura diversa e mi vengono in mente tutti i particolari che vi sono legati – per esempio le meravigliose invenzioni per sopravvivere al freddo.

Fedele al motto: non esiste cattivo tempo, ma solo vestiti non adatti, tiro fuori dal cassetto un capo di abbigliamento di cui fino ad ora non avevo capito bene lo scopo e che veniva usato come pezzo sotto del pigiama: un paio di mutande lunghissime, oppure, per dirla in modo più trendy, una specie di leggins da bambini, di cotone, a righe colorate, da infilare sotto i pantaloni nei giorni più freddi. Mi chiedo perché non li fanno anche per adulti, io sarei la prima a comprarli. Finalmente capisco anche perché a scuola hanno insistito che la bottiglia dell’acqua non fosse di plastica, ma una vera e propria borraccia. Preparo al pupo un tè alla mela da portarsi dietro, rimarrà caldo. Poi il passamontagna. Lo guardo uscire per andare scuola come se dovesse partire per una spedizione artica. Avrò esagerato? Lui non fa una piega, ormai è abituato alle mie paranoie da freddo e il sospetto è che, appena a scuola, si toglierà tutto. Lui è molto più tedesco di me.

Dark Wave, qualsiasi cosa sia: serata al K 17

23 Nov

L’appuntamento è con amici di amici, da poco arrivati dall’Italia. La destinazione un club dark, wave o dark wave, non ho capito bene: il K 17.

Tanto per capire che tipo di musica mi aspetta, faccio i nomi dei Cure e degli Smiths. Gli altri mi guardano con compatimento: roba per ragazzine. Penso ai lunghi pomeriggi di quarta ginnasio chiusa in camera a sentire “Charlotte sometimes” e ammetto: hanno ragione. Ora, alle soglie della maturità, posso anche permettermi di passare a qualcosa di più forte.

Peccato che nel club l’età media si riveli decisamente inferiore alla nostra: ventenni borchiati che ballano su tre piani, al suono di Metallica e Ramstein in versioni diverse. Mi vengono in mente le spelonche in cui si tentava di essere alternativi, laggiù nella nebbiosa Brianza, tanto tempo fa, e questi ragazzini vestiti di nero mi fanno una gran tenerezza. A completare il sapore di déjà vu un manifesto dei Sigue Sigue Sputinik, tra poco qui in concerto. Consulto la mia combriccola: siamo in due a ricordarceli, ma decidiamo comunque di non perderci lo spettacolo (il 19 dicembre, se anche voi siete in fase revival).

Gli amici che hanno deciso la spedizione al K 17 scuotono la testa, dicendo che musica e atmosfera non sono quello che avevano in mente. Mi chiedo perché hanno scelto questo posto, poi seguo i loro sguardi beati e capisco: il luogo pullula di ragazze in corsetto e reggiseno, o solo reggiseno. Sarà quello? Ad ogni modo il cortile del club, nascosto in un palazzone anonimo, è innevato, il wurstel avvolto in una fredda fetta di toast così berlinese che di più non si può, e la compagnia bella. Bene così.

K 17, Pettenkoferstr. 17, 10247, www.k17.de

Consigliato a: Nichilisti under 30. Oppure agli over 30 che si ricordano dei Sigue Sigue Sputnik.

Novemberkind

21 Nov

Prima del film, in Germania, i cinema hanno la pessima abitudine di proiettare buoni venti minuti di pubblicità. E qualche misero trailer. Uno spot, ieri sera, cercava di convincere gli spettatori che il nuovo cinema tedesco non è solo lento, laconico e malinconico, ma anche ricco di azione, spettacolo e divertimento.

Io ho i miei dubbi. Il film per cui sono andata al cinema ieri sera, Novemberkind, non è ricco di azione né di spettacolo, e quanto al divertimento, vabbé, effettivamente ogni tanto si sorride (amaro). Ma è comunuque un buon film, un bel film se si vive qui e si vuol cercare di capire cosa ha lasciato uno Stato – la DDR – che è stato cancellato il più rapidamente possibile, lasciando la gente a fare i conti con i propri ricordi. La trama: una ragazza vive una vita di tranquilla routine in un paesino dell’ex Germania est, finché non scopre che la madre, da sempre creduta morta, è invece scappata nell’Ovest, facendo perdere le proprie tracce. Comincia un viaggio alla sua ricerca, in cui si svela un enorme castello di bugie: tutti – anche i nonni che l’hanno amorevolmente allevata – hanno qualcosa da nascondere, una colpa da cancellare, un ricordo da non far venire alla luce. La vicenda si può leggere in più modi: come film sulla DDR, oppure come come un romanzo di formazione; la ragazza deve lasciare suo malgrado il mondo noto, e affrontare il crollo delle certezze. Mi rendo conto che la trama, detta così, non è proprio invogliante. E se ora aggiungo che il film si svolge per buona parte a Malchow, tra pianure nebbiose, laghi solitari e casette grige, probabilmente non miglioro le cose. Ma la pellicola ha il pregio di non cadere nella troppa malinconia, di svelare anche la poesia nascosta (molto nascosta) di questi paesaggi cosí laconici, e soprattutto ha una protagonista, Anna Maria Mühe, talmente magnetica da reggere tutto il film.

E si esce con un dubbio inquietante: forse diventare grandi vuol dire questo, non sapere più chi è buono e chi è cattivo.

 

Novemberkind, Germania 2008, Regia Christian Schwochow, con Anna Maria Mühe, Ulrich Mattes.

“Il colore mi possiede…Io sono pittore”. Paul Klee alla Neue National Galerie

19 Nov

 

Angelus Novus

“Il colore mi possiede…Io sono pittore”. Lo ammetto, questa frase mi fa venire i brividi da quando l’ho scoperta per caso in uno scritto di Klee – il diario del suo viaggio in Tunisia, mi sembra di ricordare.

L’ho ritrovata sulle pareti della Neue National Galerie  in occasione della retrospettiva sul pittore svizzero. È una retrospettiva ricchissima, in cui si possono vedere anche chicche come l’”Angelus Novus”, di solito a Gerusalemme, e in cui si può ammirare la versatilità di Klee, l’apparente facilità cui si appropria di stili e correnti: primitivismo, costruttivismo, anche giapponesismo.

E il risultato è Paul Klee, sempre lui nei suoi geroglifici, nelle figure quasi da miniatura, nelle armonie di spazi e colore; negli animali, negli acrobati, nelle case che si scompongono in geometrie e negli strati di acquarelli, nelle dolcezze improvvise degli olii.. Se li si guarda velocemente, molti dei suoi quadri sembrano a prima vista decorazioni; se ci si ferma a guardare, si vede un piccolo mondo che diventa mondo. 

I testi di Klee che accompagnano la mostra sono anch’essi molto belli. Peccato che la maggior parte sia riportata solo in tedesco, ma non si può avere tutto. Un’ultima cosa: esperimento interessante è andare a vedere la mostra con qualche filosofo e vedere l’effetto che fa. Magari ve ne ritrovate uno medusato davanti all’Angelus Novus, di cui ha parlato tanto Benjamin, oppure ne ritrovate un’altra con la pelle d’oca davanti alla frase “Die Farbe hat mich…Ich bin Maler”. Non si sa mai.

 

Paul Klee “Das Universum Klee” (“L’universo di Klee”), 31.10 – 8.02.09, Neue Nationalgalerie.

Mostra: “Verraten und verkauft” all’Università Humboldt

18 Nov

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 Stasera si riapre una piccola, intensa mostra alla Humboldt Universität. L’ho scoperta per caso: ero in anticipo per il colloquio col mio prof e mi sono fermata a guardare le fotografie appese nell’atrio. Alla fine sono arriva in ritardo. C’era troppo da vedere nelle foto dei negozi e dei grandi magazzini ebraici dopo la notte dei cristalli del 1938. Troppo da vedere nelle vetrine distrutte, imbrattate, nei raduni di nazisti per richiamare al boicottaggi, nella gente che camminava facendo finta di niente, nello sguardo di paura un commesso che spazzava i vetri. C’è anche molto da leggere: il destino dei negozi, dei grandi magazzini, dei bar e teatri spariti, come le persone, dei pochi sopravvissuti. La testimonianza dello scrittore Erich Kästner, che in quella notte di cinquanta anni fa vede la distruzione messa in atto con regolarità e metodo, unico rumore i vetri infranti, come in un incubo – come se tutta la civiltà fosse sparita. A causa dei paradossali corsi e ricorsi della storia, la mostra è stata demolita settimana scorsa nel corso di una manifestazione per un’istruzione accessibile a tutti (gli organizzatori si sono poi scusati). Da oggi e fino al 29 novembre è di nuovo aperta.  (ELG)

“Verraten und Verkauft” (“Traditi e Venduti”), Humboldt Universität zu Berlin, Unter den Linden 6.

 

Di cosa si tratta?

17 Nov

Di un blog su Berlino, semplice. Il mio diario di bordo. Perché sono un po’ logorroica, ovviamente, e perché penso che possa interessare. A chi ci vive e a chi vuole venire in visita. A chi è straniero, come  me, e il bello qui è che siamo tutti stranieri, un pochino.
Nicoletta Grillo

Worum geht es? Es ist ein Blog über Berlin. Das Logbuch einer Italienerin, die seit zehn Jahren in Berlin wohnt. Für diejenigen, die Berlin besuchen wollen, oder diejenigen, die hier wohnen, für Berliner und Ausländer -weil das Schöne an dieser Stadt ist, das hier alle ein bisschen fremd und ein bisschen zu Hause sind.
Nicoletta Grillo

Cominciamo: “Hölderlin” alla Staatsoper Unter den Linden

17 Nov

Una delle cose belle della mia città è che si riescono a vedere anche opere contemporanee. Alla Staatsoper Unter den Linden ieri sera c’era la prima di un pezzo dedicato a Hölderlin.

Alla parola Hölderlin a me vengono in mente tre cose: che per molto tempo non ho saputo come pronunciarlo, che lui e quelli della sua risma a scuola mi avevano annoiato tantissimo, e che comunque l’Infinito e la Natura (con molte maiuscole)  c’entrano qualcosa.

Allora, ho pensato, quale occasione migliore per acculturarmi? Fra l’altro a Berlino le prime sono molto più divertenti che a Milano; costano di meno e il pubblico è disparatissimo: dalla sciura bionda (ma bionda vera, vedi la fortuna) in vestito da sera, alla pensionata con costume tirolese, allo studente scapigliato. Si può andare in jeans e mangiarsi una brezel ricoperta di formaggio, e nessuno ti guarda male.

Insomma tutto sembrava molto promettente. Sembrava. Ora, sulla musica non voglio dire nulla: la musica contemporanea non è per tutti, e sicuramente non per me. Sono ignorante e taccio. Però osservo. E osservo che nei teatri berlinesi un pezzo su due viene messo in scena allo stesso modo. Sennò, evidentemente, non è contemporaneo. Quindi, non riuscendo a seguire né trama né musica, ho fatto le seguenti annotazioni.

La prima regola è che ci devono essere dei corpi rotolanti a terra, immersi possibilmente in una plastica luce freddissima, o grigia o azzurra. Se proprio le esigenze di copione impediscono il rotolamento, i poveretti devono camminare da un lato del palco all’altro come leoni in gabbia. Assolutamente da impedire è che il movimento abbia un senso o scopo. Una fila di personaggi immobili, come ombre, deve starsene immobile sullo sfondo e prima o poi muoversi verso le prime file (questo l’ho visto in almeno tre messe in scena diverse). Calore o emozione sono passé, quindi per favore evitiamoli. Da inserire invece sono: riferimenti alla cronaca attuale, colpi di pistola, bambini disadattati, e l’immancabile riferimento al nazismo. Che per l’amor di Dio, bello rifletterci sopra (meglio che vendere i calendari di Mussolini ai mercatini del sabato come facciamo noi), ma non cosí, come citazione obbligatoria. Morale: bho. Però la cosa più bella da guardare rimane sempre l’orchestra, con le sue pause, il calore dei legni, i musicisti che incrociano le braccia e quelli che riprendono in mano gli strumenti, il direttore con il suo lenzuolo bianco di segni segreti davanti, e quel loro mondo di azioni cosí perfettamente concordate le une alle altre. Loro mi piacciono sempre. (ELG)

 

Hölderlin. Eine Expedition, di Peter Ruzicka, Staatsoper Unter den Linden, Unter den Linden 7

 

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