Che fatica essere trendy: pidocchi a Prenzlauerberg

22 Nov

Lo stile di un quartiere lo si riconosce da molte cose: il tipo di negozi, di bar e ristoranti; i giardini e i parchi giochi; i prezzi degli appartamenti o i prezzi delle carrozzine delle mamme stilose che si trovano a gruppetti al bar a bere il famoso latte macchiato.

E Prenzlauerberg, una volta il quartiere „cool“ di Berlino si è trasformato in modo lampante, sotto gli occhi di tutti e con indignazione di molti, nel rifiugio dei nuovi borghesi. Addio studenti, alternativi, artisti squattrinati, e largo agli impiegati pubblici, agli avvocati, o ai creativi quelli che ce l’hanno fatta.

Ma lo stato delle cose, a guardar bene, presenta più sfumature.Per esempio ai nuovi prenzlauerberghini è rimasto quantomeno un gusto, o una nostalgia, per il loro passato alternativo: e per questo qui è un proliferare di negozi biologici (proprio a P’berg è nato il primo supermercato europeo dedicato esclusivamente ai vegani) e di rimedi alternativi.

Tanto che, dalla scuola molto politically correct dove va mio figlio, è arrivata una lettera infuriata della preside: non si riesce a debellare la piaga dei pidocchi.

Come, verrebbe da dire, pidocchi a Prenzlauerberg? È tutta facciata, allora, e i colori confetto dei palazzi liberty nascondono realtà degradate e bambini che non si lavano mai, tipo Pierino porcospino?

No. Tutto il contrario. La preside della scuola – una sana e robusta ex DDR, che sembra un po’ una lanciatrice di pesi – spiega indignata: le famiglie prenzlauerberghiane si rifiutano di usare i rimedi specifici venduti in farmacia (orrore! Della chimica sulla delicata cute dell’amato pargolo! E poi, poveri pidocchi: che modo crudele di morire!) e si affidano invece a impacchi e formule alternative, suggerite magari dall’amica omeopata, o dagli sciamani del piano di sotto. „Gli shampoo scontro i pidocchi sono stati testati e approvati e non fanno male a vostro figlio, dovete usarli!“ conclude perentoria la preside.

E io rifletto: sarà a causa di questa moda, o nostalgia, alternativa, che ho dovuto girare tre medici prima di riuscire a farmi prescrivere degli antibiotici? Anzi, ora che mi viene in mente: l’unico dottore che me li ha prescritti è di origine balcanica. Nel suo studio, oltre a me, c’erano solo famiglie di donne rubizze con la pelle scura e il fazzoletto in testa, accompagnate da uomini che sembravano appena usciti da un documentario sulle steppe uzbeke. Non la tipica clientela prenzlauerberghiana. Ma ammettiamolo: gli antibiotici hanno funzionato.

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