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La Berlino che cambia in peggio: demolire un cinema indipendente per costruire appartamenti di lusso

14 Lug

yorck

La Berlino che cambia: in peggio. Chi vive qui apprezza da sempre la presenza di molti piccoli cinema indipendenti, dalle sedie scalcagnate, le poltroncine polverose, i programmi impossibili. Sale talvolta piccole come un salotto che offrono rifugio ai cinefili nelle lunghe sere invernali con film che non rientrano nei programmi dei multisala.

Un circuito indipendente particolarmente amato è sempre stato quello dei cinema del gruppo Yorck, la cui sala portabandiera si trova a Kreuzberg. Per ora: perché i piani del proprietario dell’edificio, secondo la moda gentrificatrice del momento, è quello di demolirlo per costruire, indovinate cosa? Esatto: un nuovo palazzo con appartamenti di lusso e un garage sotterraneo. Ma c’è un forse: il comune di Kreuzberg/Friedrichshain ha già dato un parere negativo al piano degli investitori. L’ultima parola ora tocca al Senato, che decidersi entro l’estate. Noi facciamo il tifo per il cinema.

[Nicoletta Grillo@berlinodavicino]

 

 

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Il film “Il nastro bianco” e la campagna attorno a Berlino.

12 Mar

Non ha vinto l’Oscar, ma rimane secondo me uno dei film più interessanti – e inquietanti – usciti nel 2009. Meglio però non andare a vedere “Il nastro bianco” di Michael Haneke se si siete già depressi o malinconici per conto vostro: potrebbe darvi il colpo di grazia.

I misteriosi omicidi in un paese apparentemente idillico, sperso chissà dove nella campagna tedesca, alla vigilia di una guerra; il clima di bigottismo e di sopraffazione nascosta che pervade tutto e tutti; il bianco e nero elegantissimo, che sembra inchiodare i personaggi definitivamente al loro isolamento, alla muta reciproca violenza; insomma, non è certo un film di evasione.

E l’effetto inquietante aumenta ancora se, come me, conoscete i posti vicino a cui è stato girato il film: ad un centinaio di chilometri da Berlino, in una campagna piatta di boschi, fiumi, laghi, casette ad un piano in fila lungo la strada acciottolata, dove la domenica tutto è silenzio e la sera le luci si spengono prestissimo. Alcuni amano questa campagna; io l’ho sempre trovata un po’ triste, non mi ci trovo a mio agio (anche perché so che è proprio qui che i neonazisti trovano i loro nuovi sostenitori). E la psichiatra che vede con me il film conferma la mia impressione: “Non sai quanti casi di violenza domestica – mi dice – arrivano in ospedale da questi posti”.

Non tutti però la pensano come lei. Una fila di vecchietti e vecchiette vestiti a festa e in prima fila nel cinema commenta ad alta voce sui titoli di coda: “Che stupidata! Che sciocchezze! Che robaccia!”. Sono venuti apposta perché hanno sentito che il film è stato girato proprio nel paesino dove vivono e ora sono delusi e arrabbiati. La loro “Heimat”, il loro paese, che viene trattato così.

Io penso che non so cosa pensare, che in fondo non ho voglia di pensarci su troppo, e decido di andare a bermi una birra. Chissà che la malinconia non passi. (nig)

Ma dov’è Strasburgo?

3 Gen

les-plages-d-agnes_fichefilm_imagesfilmQuesto blog è, per espressi intenti, dedicato a Berlino. Con qualche rara eccezione per i dintorni.  Ma siccome io sono l’unica sovrana e despota, almeno in questo piccolo dominio, decido di approfittarne e fare un’eccezione. Oggi scrivo di Strasburgo. Strasburgo, non dico nulla di nuovo, è in Francia, e questo è per una piccola città un innegabile vantaggio. Il centro storico è ancora intatto, non solo dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma anche dalla catena di Schlecker-Karstadt-Bijou Brigitte che decora tutte le cittadine tedesche. Un altro vantaggio è che i francesi, che a uno stiano simpatici o no  – a me stanno simpatici – amano il cinema. Quindi anche in un posto relativamente piccolo l’offerta di film, non in dvd, non in tv, ma dico davvero al cinema, è molto ampia. In una sera freddissima sono capitata quasi per sbaglio in una sala dove proiettavano l’ultimo film di Agnès Varda, che si chiama “Les plages d’Agnès”, “Le spiagge di Agnès”. Era il primo film della Varda che vedevo, quindi figuratevi l’interesse per la sua autobiografia in versione film: l’ho scelto semplicemente per la parola “spiagge” nel titolo e perché l’orario di proiezione si adattava perfettanente al programma della serata, preparandomi a un possibile dolce sonnellino. Invece sono rimasta sveglia. Sveglie e contenta. Perché la Varda, ormai ottantenne, anche se alle volte cade un po’ nel ridonante e  nell’omaggio a sé e ai propri amici, sa creare immagini che sono un tripudio per gli occhi. Sa giocare con loro come in una scatola magica, sa spiazzare e girarle come in un carosello. Da dove si scende con l’impressione che in fondo giocare è sempre possibile, anche a ottant’anni. Guardare le cose in modo diverso, guidare auto di cartone, infilare gatti giganti là dove ci dovrebbero essere monumenti ufficiali, sfondare il muro cieco di un cortile con un quadro e uno specchio. E questo per la parte spirituale.

Per la parte materiale – ma se aveste bevuto il vino che ho bevuto io, sareste disposti ad ammettere che un lato spirituale ce l’hanno anche il mangiare e il bere –  consiglio il ristorante “La cloche à fromage”, dedicato appunto al formaggio in tutte le sue declinazioni. Non è una brasserie, i prezzi sono un po’ più alti, ma per una volta ce lo si può concedere, almeno per il menù a pranzo. Antipasto e dieci tipi di formaggi, da degustare con un buon rosso e secondo le rigorosissime indicazioni della cameriera, per apprezzarli in pieno. Berlin mon amour, da questo punto di vista hai ancora tanto da imparare.

 

“Les plages d’Agnes”, Francia 2008, di Agnès Varda

La cloche à fromage, 27 rue des Tonneliers, Strasbourg.

Novemberkind

21 Nov

Prima del film, in Germania, i cinema hanno la pessima abitudine di proiettare buoni venti minuti di pubblicità. E qualche misero trailer. Uno spot, ieri sera, cercava di convincere gli spettatori che il nuovo cinema tedesco non è solo lento, laconico e malinconico, ma anche ricco di azione, spettacolo e divertimento.

Io ho i miei dubbi. Il film per cui sono andata al cinema ieri sera, Novemberkind, non è ricco di azione né di spettacolo, e quanto al divertimento, vabbé, effettivamente ogni tanto si sorride (amaro). Ma è comunuque un buon film, un bel film se si vive qui e si vuol cercare di capire cosa ha lasciato uno Stato – la DDR – che è stato cancellato il più rapidamente possibile, lasciando la gente a fare i conti con i propri ricordi. La trama: una ragazza vive una vita di tranquilla routine in un paesino dell’ex Germania est, finché non scopre che la madre, da sempre creduta morta, è invece scappata nell’Ovest, facendo perdere le proprie tracce. Comincia un viaggio alla sua ricerca, in cui si svela un enorme castello di bugie: tutti – anche i nonni che l’hanno amorevolmente allevata – hanno qualcosa da nascondere, una colpa da cancellare, un ricordo da non far venire alla luce. La vicenda si può leggere in più modi: come film sulla DDR, oppure come come un romanzo di formazione; la ragazza deve lasciare suo malgrado il mondo noto, e affrontare il crollo delle certezze. Mi rendo conto che la trama, detta così, non è proprio invogliante. E se ora aggiungo che il film si svolge per buona parte a Malchow, tra pianure nebbiose, laghi solitari e casette grige, probabilmente non miglioro le cose. Ma la pellicola ha il pregio di non cadere nella troppa malinconia, di svelare anche la poesia nascosta (molto nascosta) di questi paesaggi cosí laconici, e soprattutto ha una protagonista, Anna Maria Mühe, talmente magnetica da reggere tutto il film.

E si esce con un dubbio inquietante: forse diventare grandi vuol dire questo, non sapere più chi è buono e chi è cattivo.

 

Novemberkind, Germania 2008, Regia Christian Schwochow, con Anna Maria Mühe, Ulrich Mattes.

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