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Come passare il pomeriggio lavorando in un caffé di Berlino.

25 Ago

A Berlino c’è un caffè che si chiama Oberholz dove la gente arriva, ordina un cappuccino o un caffè, attacca il proprio device (computer, tablet, cellulare) alla corrente e hop: ci passa ore e ore, come se fosse in un ufficio. Probabilmente ce ne sono molti, di posti così: io conosco questo perché esiste da tanto tempo e perché non è troppo lontano da casa, e io uso Berlino come una vera berlinese, ovvero esco molto malvolentieri dal mio quartiere, e solo quando sono costretta.

Detto questo, io ogni tanto vengo ci vengo a lavorare, non perché ci lavori particolarmente bene, ma, citando Moretti, per fare cose e vedere gente. Soprattutto per vedere gente, perché sembra un un po’ di stare in un telefilm americano. Se non facessero entrare anche me penserei che fanno dei test d’ingresso e chi non corrisponde ad un certo canone di altezza, forma fisica e bellezza viene respinto con gentile fermezza. Invece non è così. Siamo pochi, stoniamo, ma ci siamo. Forse ci fanno entrare random, noi che siamo decisamente al di sotto (della statura) e al di sopra (del peso)?

Ad ogni modo, oggi ho notato una cosa che mi ha spaventato molto. Il signore di fronte a me, che sembra il capitan Picard nei suoi giorni migliori, sta corrispondendo per video su skype con la figlia (o la fidanzata, non si sa mai). E qual è il punto? È bellissima anche la figlia (o la fidanzata). Lo stesso identico schema delle ragazze che mi circondano: capelli lunghi, riga in mezzo, ovale perfetto, occhioni, collo da cigno. Lo stesso schema dei telefilm americani. A questo punto mi sta venendo un dubbio: ma sono tutti veri? O sono finita in un truman show curato fino nei più minimi dettagli e queste sono tutte comparse? L’ipotesi non mi dispiacerebbe. Significherebbe che sono io quella normale, mica loro. Ma mi sa che non è così.

(P.S.: se corrispondete allo schema tipo e volete bervi un caffè da Oberholz, lo trovate a Rosenthaler Platz. Ma non vi fate troppe illusioni di cuccare/essere cuccati: qua la maggior parte della gente non stacca il viso dallo schermo. Al massimo qualche occhiata fuggitiva e non troppo ridente).

E a Berlino arrivò l’aperitivo italiano….

6 Nov

Un’amica tedesca mi ha fatto notare come noi italiani, all’estero, passiamo il nostro tempo a incontrare altri italiani. Insomma, scappiamo dall’Italia ma poi non possiamo fare a meno di frequentare in continuazione i nostri connazionali e ricreare il più possibile le nostre abitudini. Siamo come le lumache, solo che al posto del guscio ci portiamo dietro barattoli di caffè e taniche olio dop – e se possiamo anche amici, parenti e abitudini di vario genere..
Sarà un bene, sarà un male? Io so solo che sono molto contenta che finalmente a Berlino sia arrivata un’abitudine italianissima di cui avevo particolarmente nostalgia: l’aperitivo. Non il semplice cicchetto con due patatine (e che shock, la mia prima volta a Berlino, quando le noccioline cui avevo chiesto di accompagnare il bicchiere di vino me le avevano fatte pagare cinque marchi, per poi però consigliarmi di portare via quelle avanzate avvolte in un tovagliolo…). No, ora si tratta di un aperitivo di tutto rispetto, con buffet, pasta, formaggi, frittatine, crocchette e affettati, proprio come da tradizione milanese.
A offrirlo sono diversi bar, ma l’unico che ho provato (affezionandomi subito, e quindi sono rimasta lì) è il caffè Monelli. Perché proprio lì? Perché il vino è veramente buono (e non è scontato, a Berlino, trovare un bar con un vino di qualità); gli stuzzichini ottimi; il personale al banco simpatico. E poi perché il bello dell’aperitivo tradizionale è anche tirar tardi facendo quattro chiacchiere con i proprietari e gli altri clienti abituali.
Lo ammetto: sarà pigrizia, sarà che parlare e scherzare nella propria lingua è sempre un momento di relax, sarà che i sapori di casa sono sempre i più buoni: ad ogni modo sono ben contenta che vicino a casa mia si sia stabilita una piccola enclave italiana, tra il caffè napoletano, la pizza romana, e l’aperitivo milanese. E che il mio venerdì berlinese abbia una bella abitudine in più.
L’happy hour al bar Monelli è solo il venerdì sera, a partire dalle 19. Attenzione: si mesce anche dopo, ma gli stuzzichini ci sono solo fino alle 22.

Caffè Monelli
Greifenhagener Straße 53, 10437 Berlin
http://www.caffemonelli.de

Berlino, o l’amore in metropolitana

11 Nov

Lo sanno, i tedeschi, di essere degli inguaribili romantici? A vederli, silenziosi e concentrati sui loro libri e giornali, in tram o in metropolitana, non si direbbe proprio.

Ma il fatto è che, come dice la canzone di un gruppo tedesco qui molto famoso, „die Deutsche flirten sehr subtil“, i tedeschi flirtano in modo molto sottile. Tanto che quello che per noi si riduce solitamente a un gioco senza troppo importanza – uno scambio di sguardi un po’ più insistente del solito sui mezzi pubblici – qui diventa un affare di cui si occupa addirittura, ufficialmente, l’azienda trasporti berlinese. Che ha messo a disposizione dei possibili futuri innamorati che non sanno cogliere l’attimo fuggente un sito che funziona in modo non troppo diverso da un lampione su cui attaccare un bigliettino (altro mezzo, più fai da te, per ottenere lo stesso scopo). Un ragazzo, per esempio, per cerca „gli occhi grgio azzurri più belli che abbia visto in vita sua“, incontrati sul bus 171. Li ritroverà? Speriamo. Per intanto ci godiamo l’inaspettato romanticismo dei funzionari dell’azienda trasporti pubblici, che hanno soprannominato l’iniziativa „I miei attimi“.

Attimi, in realtà, destinati a durare sempre più a lungo, visti i continui guasti che stanno mettendo a dura prova i nervi dei pendolari berlinesi. O che sia anche questo un sistema per favorire gli scambi interpersonali?

Idillio Hiddensee

14 Giu

Questa volta non parlo di Berlino ma di un’isola del mar Baltico che sembra uscita dritta dritta dalla penna di Astrid Lindgren, l’autrice di Pippi Calzelunghe, tanto per intenderci.

Gli ingredienti ci sono tutti: mare azzurro all’orizzonte, casette con il tetto di paglia nascoste dagli alberi, colline verdi, brughiera, animali, e nessuna automobile, tranne quella del dottore e un camion dei pompieri talmente piccolo che sembra un giocattolo. Insomma, Hiddensee (questo il nome dell’isola dove le automobili sono state bandite e gli hotel vengono a prendere gli ospiti con un carretto per i bagagli da attaccare alla bici), è un idillio, sempre che le suddette colline e spiagge, le dune, ma soprattutto i bambini e le biciclette non vi diano sui nervi. Io i bambini li sopporto abbastanza bene, le biciclette – soprattutto quelle che scampanellano in continuazione, perché se non si ha l’auto, bisogna fare gli arroganti quanto meno in bici – meno. Ma per fortuna le possibilità di fare camminate e perdersi nella natura sono tante e tali che si possono scordare anche il traffico biciclettaro e i pargoletti strillanti.

Certo un idillio qui non lo è sempre stato. Dal faro bianco e rosso posto sulla cima di una collina tonda e verde, proprio come in un libro illustrato, guardiamo da un lato Rügen e la silohuette lontana di Stralsund, dall’altro il mare aperto, e l’amica con cui sono in vacanza, nata e cresciuta proprio a Rügen, mi spiega. “Questo tratto di costa ai tempi della DDR di notte era perennemente illuminato. Là in fondo al mare c’è la Danimarca e molti provavano a scappare in surf, quando faceva buio, soprattutto in inverno o se c’era cattivo tempo, per diminuire le probabilità di essere scoperti. Sono morte tante persone in questo modo”. A vedere l’isola oggi è difficile pensare ad un passato così ingombrante. La mia amica D. mi racconta anche molte altre cose meno drammatiche: per esempio della bacca tipica di questi posti, “Sanddorn”, da cui si fanno marmellate e liquore, ricercatissima, con la cui raccolta, ai tempi della DDR, tanti abitanti della costa riuscivano a guadagnare abbastanza soldi da procurarsi la sospirata automobile.
E cosí, lasciandoci il passato alle spalle andiamo a mangiare – nell’idillico paese dell’idillica isola, dove ora di machine non ce n’è nemmeno l’ombra – un’idillica torta con un’altrettanto idillica porzione di panna. Tanto, dopo tutti i chilometri fatti, a piedi e in bici, ce la siamo proprio meritata.

Il lago vasca e il salotto buono.

25 Mag

Insegno italiano ai tedeschi in un posto dimenticato da Dio e dai turisti. Per l’esattezza, nel quartiere di Berlino dove è nata Christiane F. (ora che so da dove viene capisco molte più cose). Ci sono un supermercato, una farmacia, una chiesa, un grattacielo grigio, che in realtà è una casa di riposo, e un negozio di alimentari polacco. Quando sono lì posso provare l’inebriante e sempre più rara sensazione di essere la più giovane di tutti (a parte qualche ragazzo che fa il servizio civile spingendo vecchiette in carrozzina).
Ovviamente faccio lezione ai “50+”, ovvero agli over 50, pensionati provvisti di un umorismo tutto berlinese che gli fa dire, quando suonano le campane della chiesa: “Yuhu, si è liberato un altro appartamento”.
A me i miei allievi sono simpatici: anche perché, a parte le barzellette, ogni tanto imparo qualcosa su una Berlino che non ho mai potuto conoscere. Oggi avevano come tema la descrizione di un quartiere berlinese: anzi, il paragone tra un quartiere e la camera di un appartamento, seguendo l’esempio di un libro di Culicchia su Torino. La camera da bagno, mi dice un’allieva, è sicuramente il Wannsee: il lago il cui nome già dice tutto: è appunto “ il lago vasca” (Wanne) e rappresentava ai tempi del muro uno dei pochi luoghi di svago lacustre per gli abitanti della ex Berlino ovest. “Per arrivarci mi ci voleva un’ora: ma era bellissimo, affittavo una poltroncina di vimini sulla spiaggia, e finalmente mi sentivo al mare”. Kreuzberg, mi dice un allievo americano arrivato qui nei lontani anni Cinquanta, è il ripostiglio: uno di quei posti con mille cassetti, e ogni cassetto è una sorpresa di cianfrusaglie, di oggetti inutili ma divertenti, di sorprese. Cose dimenticate: per esempio manufatture di bottoni che nessuno compra più. Ma anche cose che ormai sono diventate di moda: il primo negozio di muffins, aperto trent’anni fa (e trent’anni, per Berlino, sono già un record di durata). E c’è anche il salotto buono, quello di rappresentanza, quello dove si pranza (o, più berlinosamente, dove si va a fare il brunch) la domenica. Indovinate qual è? Prenzlauer Berg, il quartiere dove vivo, prima quartiere di studenti, di vita notturna, di locali, e ora già salotto buono, “die gute Stube”, dove bisogna stare attenti a non sporcare e a non rovinare niente con le dita sporche di marmellata. I sociologi la chiamano “Gentrification”, i miei allievi la spiegano così. Il risultato è lo stesso: Berlino cambia molto in fretta.

Mattoncini di lego e arte contemporanea: l’iniziativa “dispatchwork” a Berlino

11 Mar

Me la segnala un amico su Facebook e io volentieri la rilancio. Si tratta di un’iniziativa buffa, che a Berlino proprio si addice: riempire le crepe, le fessure dei monumenti o delle facciate con dei coloratissimi mattoncini di lego. Non l’hanno fatto solo a Berlino, ma anche in tante altre città del mondo e le hanno dato il nome di “dispatchwork”. Andrò a controllare se i mattoncini ci sono ancora…ma prima mi godo le foto sulla loro pagina internet.

http://www.dispatchwork.info/berlin/

foto di Kathleen Waak, da http://www.dispatchwork.info

La festa della donna a Berlino: incomprensioni culturali

8 Mar

Che i simboli spesso non sono così universali come si tende a credere l’ho capito un giorno della festa della donna di un po’ di anni fa. Ero all’inizio della mia avventura berlinese e stavo facendo un praktikum, o stage, in una start-up – ovvero una di quelle ditte informatiche che all’inizio del millennio spuntavano dappertutto come le margherite in un prato – e avevo delle colleghe tedesche anche loro molto start up: giovani e toste, insomma.

L’8 marzo ci siamo fatte gli auguri come di dovere e poi io ho avuto la pessima idea di annunciare: “Mi spiace, avrei voluto portarvi in regalo delle mimose ma non ne ho trovate da nessuna parte”. Vero: avevo cercato, ma nessun fiorista aveva mimose. Sarà per il clima, avevo pensato ingenuamente. I volti delle mie colleghe si sono oscurati: da amichevoli/ridanciani a maschere sfingiche. “Mimose?”

C’è voluto del bello e del buono per capire che “Mimosa” qui è un’offesa. Dare a una persona della “mimosa” significa accusarla di essere esageratamente sensibile, di offendersi per niente, di essere insomma una delicatina/deboluccia. Ho cercato di chiarire che si trattava di una tradizione italiana, ma non sono sicura di esserci riuscita. Sotto sotto hanno continuato a pensare: dare a una donna delle mimose nel giorno della festa delle donne. Che scherzo di pessimo gusto. (nig)

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