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Caffé, frozen yogurt e relax: il bar “Con calma” a Prenzlauerberg

18 Set

Va bene: veramente il frozen yogurt è adatto all’estate, e non a questo scorbutico anticipo di autunno berlinese. E davanti al caffé “Con calma”, nella tranquilla piazza di Arnimplatz, già ingialliscono le foglie degli alberi. Ma se volete far finta che l’estate continui, oppure semplicemente mangiarvi, appunto in tutta rilassatezza, un coppa di yogurt gelato con frutta fresca e decorazioni di ogni tipo (si chiamano toppings, mi dicono i proprietari), siete nel posto giusto. Mio figlio non resiste allo yogurt (sano e a base biologica) con una cascata di smarties e caramelline (meno biologici, ma per un ottenne golosamente imperdibili). Io non resisto alle torte e ai cornetti, soprattutto a quelli con la crema pasticcera, introvabili nelle panetterie berlinesi. “Con calma” è appunto il posto ideale per prendersela con calma, tanto è vero che in un angolo del caffé troverete sempre qualche ragazzo o ragazza sprofondato in un libro e dimentico di tutto, tranne che del proprio cappuccino. Se invece siete più in vena di chiacchierare i propietari, una coppia di napoletani e una tedesca, vi racconteranno le ultime news del quartiere; e potrete sperimentare il buffo mix di culture tipico di Berlino, l’angolo di città che, pur appartenendo alla trendyssima Prenzlauerberg, mantiene ancora il fascino discreto dell’est, le case liberty un po’ scrostate e un po’ rinnovate a colori pastello, bambini, studenti, operai in tuta blu e dulcis in fundo un buon caffé napoletano.

Caffé “Con calma”
Schönfließer Straße 16
10439 Berlin
030 26347418

Il film “Il nastro bianco” e la campagna attorno a Berlino.

12 Mar

Non ha vinto l’Oscar, ma rimane secondo me uno dei film più interessanti – e inquietanti – usciti nel 2009. Meglio però non andare a vedere “Il nastro bianco” di Michael Haneke se si siete già depressi o malinconici per conto vostro: potrebbe darvi il colpo di grazia.

I misteriosi omicidi in un paese apparentemente idillico, sperso chissà dove nella campagna tedesca, alla vigilia di una guerra; il clima di bigottismo e di sopraffazione nascosta che pervade tutto e tutti; il bianco e nero elegantissimo, che sembra inchiodare i personaggi definitivamente al loro isolamento, alla muta reciproca violenza; insomma, non è certo un film di evasione.

E l’effetto inquietante aumenta ancora se, come me, conoscete i posti vicino a cui è stato girato il film: ad un centinaio di chilometri da Berlino, in una campagna piatta di boschi, fiumi, laghi, casette ad un piano in fila lungo la strada acciottolata, dove la domenica tutto è silenzio e la sera le luci si spengono prestissimo. Alcuni amano questa campagna; io l’ho sempre trovata un po’ triste, non mi ci trovo a mio agio (anche perché so che è proprio qui che i neonazisti trovano i loro nuovi sostenitori). E la psichiatra che vede con me il film conferma la mia impressione: “Non sai quanti casi di violenza domestica – mi dice – arrivano in ospedale da questi posti”.

Non tutti però la pensano come lei. Una fila di vecchietti e vecchiette vestiti a festa e in prima fila nel cinema commenta ad alta voce sui titoli di coda: “Che stupidata! Che sciocchezze! Che robaccia!”. Sono venuti apposta perché hanno sentito che il film è stato girato proprio nel paesino dove vivono e ora sono delusi e arrabbiati. La loro “Heimat”, il loro paese, che viene trattato così.

Io penso che non so cosa pensare, che in fondo non ho voglia di pensarci su troppo, e decido di andare a bermi una birra. Chissà che la malinconia non passi. (nig)

Pizza… anche a Berlino!

2 Mar

Siete in visita a Berlino e non potete fare a meno di mangiarvi una pizza? Oppure siete ormai berlinesi assimilati, ma non troppo, e volete respirare di nuovo un po’ di Italia? O siete tedeschi che vogliono mangiarsi una pizza verace?

Il menù della magica

Io sono affezionata cliente della pizzeria ‘A magica, tanto affezionata che, lo ammetto, non posso essere troppo obiettiva. A me piace l’atmosfera, mi piace la leggera caciara che c’è, le tovaglie di carta che i bambini possono pasticciare con le matite colorate, il fatto che ai suddetti pargoli vengano regalati ogni tanto dei pezzi di pasta con cui giocare per ingannare l’attesa, il fatto di poter fare due chiacchiere col personale, e poi ovviamente mi piace la pizza – che è romana, mi dicono gli esperti, e non napoletana, ma io sono del nord Italia e queste sottigliezze non le capisco, per me è buona e basta. Consigliata ad adulti e bambini, se andate tra le sette e le otto o durante il fine settimana è meglio prenotare. (nig)

Pizzeria ‘A magica, Greifenhagenerstr. 54, Berlin, U+ S-Bahn Schönhauser Allee, Tel. 030 22808290

Balli latinoamericani a Berlino

28 Feb

L’inizio non è dei più promettenti. L’ingresso di un palazzo un po’ così, un corridoio imbiancato illuminato al neon con odori di cucina non proprio appetitosi, una scala che va in uno scantinato. E nello scantinato un locale da vecchia Berlino ovest, un po’ anarchica, un po’ improvvisata, un po’ odorosa di muffa: la Cueva. Siamo venuti per sentire un concerto di musica cubana e paghiamo perplessi i cinque euro di ingresso. La sala del concerto è già pienissima, così prendiamo posto in un privé poco da spumante e vip e molto da autonomi: vecchie sedie da rigattiere, tende da doccia, un tavolino coperto di pizzo di plastica, tutto talmente umido che non viene nemmeno voglia di togliersi il cappotto. Poi arriva la band. Si chiamano Sonido Tres, sono tanti, otto, tutti belli da vedere, con le loro facce piene di musica, un cantante che sembra uscito direttamente da Buena Vista Social Club, il front man color nocciola che si muove come un gatto, il chitarrista dai denti splendenti. Suonano che ti scordi dove sei, che ti scordi la metropolitana e il grigiore di Moritzplatz e Berlino che a febbraio dà proprio il suo peggio. Prima o poi si mettono tutti a ballare: quelli che conoscono i balli latinoamericani e quelli che improvvisano, quelli che ballano sempre e quelli che non ballano mai. Alle volte è bello improvvisare, qui ci torneremo di sicuro. (Nicoletta Grillo)

La Cueva, Oranienstrasse 159
http://www.lacueva-berlin.de
http://www.sonidotres.com

Foto di Fabio Esposito

Serata al Morgenrot

13 Gen

Un mio amico ha deciso di movimentare un po’ questo blog, finora monostilistico, e ha scritto un resoconto su un locale di Berlino che gli piace molto, il Morgenrot. Io l’ho letto volentieri e così ve lo giro….Vai Maurizio.

 

“Senza interrompere la sua pedalata, Daniel si gira indietro e mi fa cenno che siamo quasi arrivati. Ci fermiamo, cerchiamo il primo palo libero per parcheggiare le nostre bici. Pare siano tutti occupati. Sulla Kastanienallee la densità di biciclette è proporzionata a quella dei locali notturni, entrambe molto alte. Finalmente ne troviamo uno. Chiudiamo i lucchetti ed entriamo.

 

A parte l’impatto brusco con lo sbalzo di temperatura tra esterno e interno (bisogna abituarvisi qui a Berlino), il locale non mi colpisce granché a prima vista. Una birreria come tante, piuttosto spaziosa, con bancone in posizione centrale a forma di ferro di cavallo e tanti tavoli in legno tutt’intorno. La luce è chiara ed uniforme dappertutto. La musica è gradevole, alternativa, militante. Ad un tratto il mio orecchio riconosce un pezzo rap di una band partenopea della sinistra radicale e mi stupisco piacevolmente del fatto che certa bella musica delle mie parti sia conosciuta ed apprezzata anche qui.

 

Seduti sugli sgabelli prospicienti il bancone, il tempo scorre tranquillo tra una birra e l’altra. Daniel mi racconta degli anni in cui, subito dopo la caduta del muro, l’intero palazzo che oggi al piano terra ospita il Morgenrot era occupato da artisti di ogni genere e funzionava come uno dei più attivi centri sociali e culturali autogestiti della città. Recentemente, per restare in tema con il passato, ai piani superiori è stata aperta una scuola di balli etnici.

 

Quando la serata sembra avviarsi lentamente verso l’epilogo, mi invita a seguirlo giù, al piano inferiore. Non immaginavo ve ne fosse uno. Non me ne sarei accorto da solo. Le scale, strette, malandate e piene di flyers di ogni genere alle pareti, sono nascoste nel fondo della sala. Ai loro piedi, sulla sinistra vi è un vano minuscolo con un biliardino abbandonato a se stesso. Sulla destra invece si apre una saletta di passaggio, dotata però di un piccolo bancone bar e tavolini propri, la quale conduce a sua volta nell’ultimo ambiente, un po’ più ampio. Lì la luce è molto bassa. Al centro vi domina un tavolo da ping-pong.

 

“Oggi è la giornata settimanale dedicata al Tischtennis” mi dice “di lunedì invece qui sotto vi è sempre un concerto dal vivo, il martedì è la volta della mensa popolare, il giovedì …”. Mentre prosegue il suo interessante elenco, vengo distratto da un’altra pungente curiosità. Come si farà mai a giocare a ping-pong in questa insolita ed oscura ambientazione? Semplice, alla berlinese! Ogni giocatore ha bisogno di due cose, una racchetta in una mano ed una birra nell’altra. Nel caso ad alcuni manchi la prima, si può sempre ovviare colpendo con la mano libera, ma a nessuno deve assolutamente mancare la seconda, di modo da poter chiosare ogni colpo con un bel sorso. I contorni del tavolo, la rete e la pallina sono fosforescenti. I partecipanti al gioco sono di solito almeno una ventina, ma non è previsto alcun limite. In ordine, ciascuno colpisce la palla, poi si sposta dall’altra parte del tavolo, dove si mette in coda ed attende che ritorni il proprio turno per colpire nuovamente. Chi sbaglia viene eliminato fino a nuova partita. Il tutto condito con tanta sportività e autoironia. Ognuno si sposta a proprio modo: c’è chi corre, chi cammina, chi si trascina, chi saltella, chi ne apporfitta per fare un passo di danza. Man mano che il numero dei giocatori diminuisce, occorre spostarsi sempre più velocemente. Quando poi si resta davvero in pochi, per poter reggere il ritmo è addirittura ammesso, al fine di essere più agili e rapidi, liberarsi della bottiglia posandola da qualche parte, salvo tornare a riprenderla subito dopo la giocata. L’atmosfera è ilare e gioiosa.

 

Nelle lunghe pause, in attesa che finisca la partita in corso e ne inizi una nuova, gli eliminati (poverini?) hanno agio di fare fare quattro chiacchere con qualche graziosa giocatrice, ingaggiando scherzose sfide personali in vista della tornata successiva. Molto spesso, a causa del trambusto circostante o della babele delle lingue, si finisce per non capirsi granché. Ma la graziosa giocatrice ti guarda negli occhi e sorride. Tanto basta.

 

“Quante partite hai vinto?” – gli chiedo mentre, infreddoliti brilli e giocondi, cerchiamo goffamente di slacciare i catenacci delle rispettive biciclette per rimetterci finalmente in cammino verso casa. “Non saprei, ma certamente più di te!”. Mi risponde Daniel con fare ironicamente provocatorio, ormai già in groppa al sellino e pronto a ripartire. “Eh già …”  ribatto io con altrettanto ironico scetticismo, pregustando già il tepore del letto e le future splendide serate al Morgenrot.”

 

 

 

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