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7 Dic
    Mammagatto

    I tedeschi hanno una relazione con gli animali tutta particolare. L’ho notato la prima volta molto tempo fa, osservando la seguente scena: soleggiato parco berlinese, cane fa la pipì sulla schiena di un uomo che sta facendo un pic nic, l’uomo reagisce allontanando il cane con un calcio, l’intera popolazione umana del parco si schiera indignata a favore del cane.
    Da tre mesi convivo con un gatto psicotico. Non ho ancora capito come sia successo: so solo che a un certo momento la madre tedesca di un amichetto di mio figlio mi ha consegnato in mano una palla di pelo miagolante e protestante, dicendomi: “So che sarai una brava mammagatto”. Mammagatto? Ho guardato il micio per benino. No, non ci somigliamo per niente: lui è ancora più piccolo e nero di me. E con Michael Jackson vorrei poter dire adesso: “But the cat is not my son”. Cerco di farglielo capire (al gatto). “Non sono tua mamma, quindi non metterla su un piano personale”, gli dico ricorrendolo con una scopa, dopo che si è divorato i miei panini al prosciutto. Ma non raccontatelo in giro: per i miei amici tedeschi fingo di essere la perfetta mammagatto.

    Katzenrabemutter

    Deutsche haben eine eigenartige Beziehung zu Tieren. Das habe ich erst geahnt, als ich – es ist lange her – folgende Szene beobachtet habe: sommerlicher Park, berlinerische ey-mann-cool-ey Stimmung, Hund pisst auf picknickenden Mann, Mann tritt Hund, empörte Menge bedroht Mann.
    Seit drei Monate lebe ich mit einem psychotischen Kater. Ich weiß nicht wieso. Irgendwie habe ich den Moment verpasst, in dem ich die Entscheidung getroffen habe, meine Wohnung mit ihm zu teilen. Ich weiß nur, das auf einmal die Mutter von Klassenkameraden meines Sohnes einen piepsenden und pieksenden schwarzen Ball mir in die Hände gedrückt hat. Dann, in einem berührten-berührendem Ton, hat sie zu mir gesagt: „Ich bin sicher, du wirst eine gute Katzenmutter sein.“
    Katzenmutter? Ich habe den Kater genau beobachtet. Er sieht wirklich anders aus als ich: sogar noch kleiner und noch schwarzer. Nein, möchte ich jetzt mit Michael Jackson sagen, „But the cat is not my son!“ Ich versuche, ihm es behutsam beizubringen. „Du, Kater, ich bin nicht deine Mutter, also nimm es nicht persönlich“, erkläre ich ihm, als ich ihn mit dem Besen weg von meinen Schinkenbrote jage. War ich zu harsch? Habe ich ihm ein Schock verursacht? Wenn ich eine Katzenmutter sein soll, dann eben eine Katzenrabemutter.

La festa della donna a Berlino: incomprensioni culturali

8 Mar

Che i simboli spesso non sono così universali come si tende a credere l’ho capito un giorno della festa della donna di un po’ di anni fa. Ero all’inizio della mia avventura berlinese e stavo facendo un praktikum, o stage, in una start-up – ovvero una di quelle ditte informatiche che all’inizio del millennio spuntavano dappertutto come le margherite in un prato – e avevo delle colleghe tedesche anche loro molto start up: giovani e toste, insomma.

L’8 marzo ci siamo fatte gli auguri come di dovere e poi io ho avuto la pessima idea di annunciare: “Mi spiace, avrei voluto portarvi in regalo delle mimose ma non ne ho trovate da nessuna parte”. Vero: avevo cercato, ma nessun fiorista aveva mimose. Sarà per il clima, avevo pensato ingenuamente. I volti delle mie colleghe si sono oscurati: da amichevoli/ridanciani a maschere sfingiche. “Mimose?”

C’è voluto del bello e del buono per capire che “Mimosa” qui è un’offesa. Dare a una persona della “mimosa” significa accusarla di essere esageratamente sensibile, di offendersi per niente, di essere insomma una delicatina/deboluccia. Ho cercato di chiarire che si trattava di una tradizione italiana, ma non sono sicura di esserci riuscita. Sotto sotto hanno continuato a pensare: dare a una donna delle mimose nel giorno della festa delle donne. Che scherzo di pessimo gusto. (nig)

Berlino che cambia. Da anarchica a immobiliare.

5 Mar

Ops. L’anno scorso ho segnalato un bar per bambini che adesso non c’è più. Si chiamava Babars, al suo posto ora finestre sbarrate e lavori in corso.

La cosa non sarebbe forse così importante, se questo non fosse un altro sintomo di quanto Berlino sta cambiando. Babars esisteva ed era un po’ anarchico, come piace ai bambini, e a me: la proprietaria, un’artista spagnola, aveva trasformato un appartamento del piano rialzato di un palazzo, freddo e un po’ buio, in un caffé con pedana per spettacoli teatrali e angolo giochi. Lì si trovavano mamme stressate vogliose di chiacchiere, prole impiastricciata e i rari vecchietti rimasti nel quartiere. La sera ci si potevano festeggiare compleanni e si faceva musica.

Babars è stato sfrattato, come molti degli abitanti di quel vecchio palazzo, perché la casa è stata acquistata da un qualche gigante immobiliare e ora viene ristrutturata in appartamenti di lusso, che verranno riaffitattati o venduti al doppio del prezzo.
Se volete godervi Berlino com’era sbrigatevi a venire, prima che cambi troppo.

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