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Il film “Il nastro bianco” e la campagna attorno a Berlino.

12 Mar

Non ha vinto l’Oscar, ma rimane secondo me uno dei film più interessanti – e inquietanti – usciti nel 2009. Meglio però non andare a vedere “Il nastro bianco” di Michael Haneke se si siete già depressi o malinconici per conto vostro: potrebbe darvi il colpo di grazia.

I misteriosi omicidi in un paese apparentemente idillico, sperso chissà dove nella campagna tedesca, alla vigilia di una guerra; il clima di bigottismo e di sopraffazione nascosta che pervade tutto e tutti; il bianco e nero elegantissimo, che sembra inchiodare i personaggi definitivamente al loro isolamento, alla muta reciproca violenza; insomma, non è certo un film di evasione.

E l’effetto inquietante aumenta ancora se, come me, conoscete i posti vicino a cui è stato girato il film: ad un centinaio di chilometri da Berlino, in una campagna piatta di boschi, fiumi, laghi, casette ad un piano in fila lungo la strada acciottolata, dove la domenica tutto è silenzio e la sera le luci si spengono prestissimo. Alcuni amano questa campagna; io l’ho sempre trovata un po’ triste, non mi ci trovo a mio agio (anche perché so che è proprio qui che i neonazisti trovano i loro nuovi sostenitori). E la psichiatra che vede con me il film conferma la mia impressione: “Non sai quanti casi di violenza domestica – mi dice – arrivano in ospedale da questi posti”.

Non tutti però la pensano come lei. Una fila di vecchietti e vecchiette vestiti a festa e in prima fila nel cinema commenta ad alta voce sui titoli di coda: “Che stupidata! Che sciocchezze! Che robaccia!”. Sono venuti apposta perché hanno sentito che il film è stato girato proprio nel paesino dove vivono e ora sono delusi e arrabbiati. La loro “Heimat”, il loro paese, che viene trattato così.

Io penso che non so cosa pensare, che in fondo non ho voglia di pensarci su troppo, e decido di andare a bermi una birra. Chissà che la malinconia non passi. (nig)

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