Archivio | maggio, 2011

Il lago vasca e il salotto buono.

25 Mag

Insegno italiano ai tedeschi in un posto dimenticato da Dio e dai turisti. Per l’esattezza, nel quartiere di Berlino dove è nata Christiane F. (ora che so da dove viene capisco molte più cose). Ci sono un supermercato, una farmacia, una chiesa, un grattacielo grigio, che in realtà è una casa di riposo, e un negozio di alimentari polacco. Quando sono lì posso provare l’inebriante e sempre più rara sensazione di essere la più giovane di tutti (a parte qualche ragazzo che fa il servizio civile spingendo vecchiette in carrozzina).
Ovviamente faccio lezione ai “50+”, ovvero agli over 50, pensionati provvisti di un umorismo tutto berlinese che gli fa dire, quando suonano le campane della chiesa: “Yuhu, si è liberato un altro appartamento”.
A me i miei allievi sono simpatici: anche perché, a parte le barzellette, ogni tanto imparo qualcosa su una Berlino che non ho mai potuto conoscere. Oggi avevano come tema la descrizione di un quartiere berlinese: anzi, il paragone tra un quartiere e la camera di un appartamento, seguendo l’esempio di un libro di Culicchia su Torino. La camera da bagno, mi dice un’allieva, è sicuramente il Wannsee: il lago il cui nome già dice tutto: è appunto “ il lago vasca” (Wanne) e rappresentava ai tempi del muro uno dei pochi luoghi di svago lacustre per gli abitanti della ex Berlino ovest. “Per arrivarci mi ci voleva un’ora: ma era bellissimo, affittavo una poltroncina di vimini sulla spiaggia, e finalmente mi sentivo al mare”. Kreuzberg, mi dice un allievo americano arrivato qui nei lontani anni Cinquanta, è il ripostiglio: uno di quei posti con mille cassetti, e ogni cassetto è una sorpresa di cianfrusaglie, di oggetti inutili ma divertenti, di sorprese. Cose dimenticate: per esempio manufatture di bottoni che nessuno compra più. Ma anche cose che ormai sono diventate di moda: il primo negozio di muffins, aperto trent’anni fa (e trent’anni, per Berlino, sono già un record di durata). E c’è anche il salotto buono, quello di rappresentanza, quello dove si pranza (o, più berlinosamente, dove si va a fare il brunch) la domenica. Indovinate qual è? Prenzlauer Berg, il quartiere dove vivo, prima quartiere di studenti, di vita notturna, di locali, e ora già salotto buono, “die gute Stube”, dove bisogna stare attenti a non sporcare e a non rovinare niente con le dita sporche di marmellata. I sociologi la chiamano “Gentrification”, i miei allievi la spiegano così. Il risultato è lo stesso: Berlino cambia molto in fretta.

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Festa alla Tuntenhaus

16 Mag

“La vita è una lunga figuraccia”, è il motto di una mia cara e saggia amica. E come darle torto, soprattutto vivendo in una piccola provincia italiana, dove fare brutta figura è fin troppo facile: si può sbagliare proprio tutto, marca di scarpe, giacca, capelli, abbinamento, comportamento e ultimamente addirittura l’accento.

Sarà per questo che la prima cosa che mi è piaciuta di Berlino è che qui, di fare o no una figuraccia, non importa quasi a nessuno. E soprattutto non interessa a una categoria che a me sta particolarmente simpatica, proprio per la sua allegra indifferenza ai canoni di quel che è bello e quel che è brutto, di cosa conviene e cosa no: le Tunten, ovvero, letteralmente, le checche (sono loro a autodefinirsi così).

È ad una festa di gay e travestiti che sono capitata poche sere fa: in una di quelle sere in cui mi ricordo perché tutto sommato continuo a stare qui. Non per i party trendy e i locali trendy, che pure stanno spuntando come funghi, ma per l’originaria, fantasiosa anarchia della città (che spero sempre prima o poi mi contagi).

La festa è in una Tuntenhaus, ovvero in una “casa di checche”, occupata da travestiti e omosessuali. Dietro a una facciata decorata dalla scritta “Il capitalismo distrugge”, superato il necessario ostacolo dell’antipatica selezione all’ingresso (ci chiedono cosa si festeggia: non lo sappiamo, ma in fin dei conti ci fanno entrare lo stesso), si arriva faticosamente, facendosi largo tra la folla, nel cortile, sovrastato da un enorme lampadario. E d’improvviso ricordo: qui ero già stata, tantissimo tempo fa. Della scritta, a dire la verità, non mi ricordavo, ma mi era rimasto impresso appunto il lampadario che dondolava amorosamente su due poltrone a fiori un po’ sfondate, sospeso alle facciate delle case grazie a quattro rubusti cavi. In quel momento avevo pensato: in questa città ci potrei anche vivere.

Il cortile, allora deserto, ora è strapieno. Ci sono luci colorate, tende di carta stagnola su cui è stampigliata l’aquila del Bundestag (l’amore delle Tunten per il dettaglio kitsch mi riempie di ammirazione), banchetti di birra, un palco su cui danzano omoni imparruccati e impalliettati, marinaretti un po’ ciccioti, gigantesse/i vestite da sposa. Il tutto sovrastato da musica dance – da Madonna agli Abba – e da un gran cielo stellato. Sulla parete cieca della casa di fronte sono proiettate diapositive, tra le quali spicca un ritocco alla fotografia del famoso, storico cartello “You’re leaving the american sector”. Ora c’è scritto: “You’re leaving the heterosexual sector”.

Sembra una festa sulla spiaggia, commenta un amico, ed è vero, è anche una festa sulla spiaggia, ma per me questa è soprattutto Berlino, Berlino come l’ho conosciuta e di come continua a piacermi, Berlino nella sua scanzonata, colorata berlinosità.

Tuntenhaus, Kastanienallee 86.

http://www.tuntenhaus-berlin.de

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