Archivio | novembre, 2011

Cosa fare a Berlino: mostra “Pergamo: panorama dell’antica metropoli”

28 Nov

A Berlino in questi giorni c’è un panorama davvero particolare. Si riesce a vedere  fino in Turchia – e anche all’indietro nel tempo. Addirittura fino all’anno 124 avanti Cristo.  Basta andare al Pergamon Museum e mettere in conto un po’ di coda e un po’ di euro per il biglietto.

A rendere possibile questo evento è un artista di nome Asisi, che ha ricreato un panorama a 360 gradi della città di Pergamo, oggi completamente distrutta, da cui provengono alcuni dei reperti più famosi – uno tra tutti, l’altare – esposti nel museo.  L’antica città è stata  quindi „ricostruita“ pittoricamente e al computer, e poi rappresentata sulle pareti circolari di una specie di gasometro costrutito davanti all’ingresso del museo, in dimensioni monumentali e completa di altare, teatro, circo, e giochi di luce che ricreano il giorno e la notte – più una fastidiosissima musichetta da centro commerciale.

Come adulti, ci si può lasciare impressionare o meno. Per i bambini è un evento. Se avete il privilegio, come me, di avere un’amica archeologa che fa la guida e che è disposta a spiegarvi tutto con santa pazienza, allora siete davvero fortunati, perché vedete particolari che altrimenti non notereste. Per esempio, il fatto che il famoso bassorilievo dell’altare di Pergamon era originariamente colorato. Siamo noi che siamo abituatai a vedere le statue in bianco…Andate a controllare all’interno del museo il prima e il dopo. Vale la pena.

http://www.smb.museum/pergamon-panorama_/index.php?node_id=5

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Natale a Berlino: la corona dell’Avvento

26 Nov

Come come? Volete diventare dei berlinesi doc e no n avete ancora comprato la corona dell’avvento?

No, non ho detto calendario dell’avvento – quello è ormai internazionale – ho detto corona:  l’Adventskranz, rami d’abete intrecciati e decorati con frutta secca e provvisti di quattro candeline. Ogni domenica dell”avvento, al calare del buio, se ne accende una, e si canta „Advent Advent, ein Lichtlein brennt“, „Avvento avvento, arde una lucina“…

Sì, lo so, può sembrare altamente kitsch – come tutto ciò che è natalizio, in fondo.  Ma quando si sperimenta il lungo e buio inverno del nord Europa, ogni modo per rendere i pomeriggi più piacevoli è il benvenuto.  E allora, fuori:  alla ricerca della perfetta corona dell’avvento, assieme ad altri centinaia di ritardatari che, come me, oggi vanno alla carica di fioristi e centri commerciali. Un po’ stressante, certo: ma anche un’occasione per fare una specie di test della personalità agli altri avventori.

Ci sono i duri e puri: quelli che comprano solo i rami d’abete, e le candele, e poi affettano le mele e le arance e le fanno seccare, per poi montare il tutto.  La corona d’avvento fai da te.  I primi anni che ero qui lo facevo anche io:  con grande dispendio di energia e di tempo.

Poi ci sono quelli mezzo e mezzo:  comprano la corona già fatta e la decorano loro.  Questo è stato il mio secondo periodo:  difficile però fissare le candele ai rami, tanto è vero che oggi mi sto decidendo al grande passo. Comprarne una già fatta, comprese candele, fiocchetti, angioletti, rametti di cannella, arance e via dicendo… L’ideale per i pigri, o quelli che, come me, avanzano sempre tutto all’ultimo momento. Ma mi devo sbrigare: sennò rimangono solo le più care. E anche voi, presto. Datevi una mossa. Domani è già la prima domenica dell’avvento.

Anima tedesca, manuale per l’uso: il fazzoletto

24 Nov

„Se tu in metro vedi qualcuno piangere disperatamente gli allunghi un fazzoletto?“, mi scrive un amico.  La domanda non è, come a prima vista si potrebbe pensare, un dilemma etico astratto, ma molto pratico, e si riferisce agli usi e costumi della nazione dove i casi del destino ci hanno portato abitare.

E allora traduco la domanda per chi non è esperto della profonda, sensibile, ma immensamente  schiva  anima tedesca: cosa fare in un caso come questo? Seguire il proprio istinto e „immischiarsi“, allungando il famoso fazzoletto, oppure rispettare la privacy altrui (cosa su cui i tedeschi sono molto sensibili) e immergersi nel proprio libro o nel proprio ipod, facendo finta di niente?

Il vero tedesco fa finta di niente. A me è capitato: piangevo (non perché ero particolarmente triste, ma perché mi si era appena rotta una mano, proprio sul bus, e mio malgrado mi spuntavano evidenti lacrime di dolore) e accanto a me il pargolo, ancora più spaventato della sottoscritta, singhiozzava con talento veramente drammatico. Tutti gli altri passeggeri, imbarazzati per noi che facevamo mostra del nostro dolore in modo così poco contegnoso, si limitavano ad osservarci fuggevolmente per poi concentrarsi sulla punta delle proprie scarpe, o sul panorama fuori dal finestrino.

Si tratta di egoismo, di disinteresse per il prossimo? Ho discusso la questione con un’amica davanti a un bel piatto di anatra alla tailandese e – forse messe di buon umore dalla birra e dallo stomaco pieno – siamo arrivate a questa conclusione: no.

Ci sono spesso persone pronte ad aiutare;  a farti notare che hai lasciato il cappello sul sedile della metro (cosa che mi succede in continuazione) o che hai dimenticato lo zainetto aperto (cosa che mi succede altrettanto spesso). Persone che si fermano se qualcuno si è ferito, che controllano se parcheggiando urtate la macchina davanti o dietro (che non è la loro: ma sono fatti così, è il loro connaturato senso civico), o intervengono  se vedono un bambino piccolo rimasto da solo per strada, o che sono disposte a fare da testimoni se qualcuno ha urtato la vostra bicicletta. Anche persone che si immischiano per impedire le risse.

No, non è disinteresse.  Si tratta piuttosto di rispetto per la privacy, esagerato e portato all’estremo: per cui se una persona sta male, bisogna capire prima di tutto se desidera essere aiutata o meno. Una complicazione non da poco. E quindi, il fazzoletto, non si sa proprio se lasciarlo in tasca o no.

Che fatica essere trendy: pidocchi a Prenzlauerberg

22 Nov

Lo stile di un quartiere lo si riconosce da molte cose: il tipo di negozi, di bar e ristoranti; i giardini e i parchi giochi; i prezzi degli appartamenti o i prezzi delle carrozzine delle mamme stilose che si trovano a gruppetti al bar a bere il famoso latte macchiato.

E Prenzlauerberg, una volta il quartiere „cool“ di Berlino si è trasformato in modo lampante, sotto gli occhi di tutti e con indignazione di molti, nel rifiugio dei nuovi borghesi. Addio studenti, alternativi, artisti squattrinati, e largo agli impiegati pubblici, agli avvocati, o ai creativi quelli che ce l’hanno fatta.

Ma lo stato delle cose, a guardar bene, presenta più sfumature.Per esempio ai nuovi prenzlauerberghini è rimasto quantomeno un gusto, o una nostalgia, per il loro passato alternativo: e per questo qui è un proliferare di negozi biologici (proprio a P’berg è nato il primo supermercato europeo dedicato esclusivamente ai vegani) e di rimedi alternativi.

Tanto che, dalla scuola molto politically correct dove va mio figlio, è arrivata una lettera infuriata della preside: non si riesce a debellare la piaga dei pidocchi.

Come, verrebbe da dire, pidocchi a Prenzlauerberg? È tutta facciata, allora, e i colori confetto dei palazzi liberty nascondono realtà degradate e bambini che non si lavano mai, tipo Pierino porcospino?

No. Tutto il contrario. La preside della scuola – una sana e robusta ex DDR, che sembra un po’ una lanciatrice di pesi – spiega indignata: le famiglie prenzlauerberghiane si rifiutano di usare i rimedi specifici venduti in farmacia (orrore! Della chimica sulla delicata cute dell’amato pargolo! E poi, poveri pidocchi: che modo crudele di morire!) e si affidano invece a impacchi e formule alternative, suggerite magari dall’amica omeopata, o dagli sciamani del piano di sotto. „Gli shampoo scontro i pidocchi sono stati testati e approvati e non fanno male a vostro figlio, dovete usarli!“ conclude perentoria la preside.

E io rifletto: sarà a causa di questa moda, o nostalgia, alternativa, che ho dovuto girare tre medici prima di riuscire a farmi prescrivere degli antibiotici? Anzi, ora che mi viene in mente: l’unico dottore che me li ha prescritti è di origine balcanica. Nel suo studio, oltre a me, c’erano solo famiglie di donne rubizze con la pelle scura e il fazzoletto in testa, accompagnate da uomini che sembravano appena usciti da un documentario sulle steppe uzbeke. Non la tipica clientela prenzlauerberghiana. Ma ammettiamolo: gli antibiotici hanno funzionato.

Mercatini di Natale a Berlino: ce n’è per tutti i gusti

19 Nov

Ebbene sì. Con un anticipo sempre più largo cominciano a paritre da settimana prossima, in tutta Berlino, i mercatini di Natale: c’è chi li ama e chi li odia, ma ignorarli non si può.

Se siete tra quelli che li amano, ecco qui una piccola guida per orientarsi e non perdersi nell’offerta – davvero notevole – della capitale.

Tradizionalisti? Il classico è il mercato di Natale vicino al castello barocco di Charlottenburg: così cogliete anche l’occasione, oltre che per bervi l’immancabile vin brulé e a comprare qualche oggetto di artigianato, per visitare castello e parco, che davvero valgono la pena. Un’altra alternativa „classica“ è il mercatino all’Opernpalais: il contorno barocco c’è, le casettine illuminate pure, l’atmosfera romantica anche…non si può volere di più.

Se invece preferite andare in un posto più alla moda, ma volete un’offerta di giochi, giostre d’epoca (più o meno) e sauna, allora la scelta deve cadere sul mercato di Santa Lucia alla Kulturbrauerei, ovvero nel cortile interna di un birrificio ritrasformato in centro di cultura e intrattenimento (personalmente non uno dei miei preferiti: potrebbe essere di Pasqua o Carnevale, tanta atmosfera poi non c’è).

Vi piace fare gli alternativi? Buttatevi sui mercatini di design autoctono: per esempio l’Holy shit shopping (il nome è già un programma): moda, accessori, lampade e chi più ne ha più ne metta. Il tempio di Natale dei creativi berlinesi.. Affollatissimo, stancantissimo,e  niente atmosfera natalizia, ovviamente: ma magari qualche regalo davvero particolare lo trovate. Attenzione, però: a differenza degli altri mercatini, che continuano per tutto il periodo dell’avvento, l’Holy shit shopping è solo due giorni, il 3 e il 4 dicembre (Alte Münze Berlin, Molkenmarkt 2)

 

A Berlino coi bambini: in tenda con gli indiani nello storico Nikolaiviertel

18 Nov

Brr. Cielo grigio e temperature vicino allo zero. Cosa fare allora, se i bambini non hanno voglia di cooperare e non fanno che lagnarsi: mi annoio, non ho voglia di camminare, non ho voglia di visitare un altro museo? Portarli in un accampamento di indiani, naturalmente. E siccome il Gran Canyon è lontano, la cosa migliore, se ci si vuole godere anche un po’ della Berlino storica, è andare al Nikolaiviertel, quartiere storico vicino ad Alexanderplatz, dove sabato e domenica saranno allestite delle tende indiani dove si potranno costruire oggetti tipici, giocare, ballare e ascoltare favole. Nonché godersi qualche spettacolo di magia.

A NiKolaiplatz, sabato dalle 12 alle 22, domenica dalle 12 alle 18, ingresso nella tenda: 3/1 euro

 

Di cosa si parla in Germania: il terrorismo neonazi

17 Nov

Mentre in Italia si parla del nuovo governo e delle sue possibilità di sopravvivenza, le prime pagine dei giornali tedeschi si occupano di tutt’altro: dei tre terroristi neonazi che negli ultimi 13 anni hanno ucciso otto turchi, un greco (tutti piccoli commercianti) e una poliziotta tedesca.

Sono molte le questioni che la Germania si pone: il fallimento dei servizi segreti, incapaci, nonostante i 24 fascicoli sui tre, di identificare gli assassini e la loro matrice politica; il ruolo dei cosiddetti „infiltrati“ dei servizi segreti; la necessità di coordinare le informazioni a livello federale (ed è veramente inquietante apprendere che finora non sia stata creata una banca dati centrale sugli attivisti di estrema destra); e di nuovo la possibilità o meno di proibire l’NPD.

Ma al di là di tutte queste legittime e pressanti questioni, e il soffermarsi sui dettagli macabri, come il video trovato nell’appartamento in cui due dei terroristi si sono suicidati, dove immagini degli assassini sono montate con quelle della pantera rosa, c’è un’altra domanda che non solo i parenti delle vittime, ma anche una parte della comunità turca e della Germania si pone: come mai, per un lungo periodo di tempo, le vittime sono stati i primi sospettati? Come mai, automaticamente, si è pensato (e indagato) sulla mafia, su problemi di debiti, di regolamenti di conti interni alla comunità, e non si sono seguite altre piste? Anche questa è una domanda che attende risposta. E su cui si può riflettere a lungo.

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